Sandra Harding

Sandra Harding (San Francisco, 29 marzo 1935 – Amherst, 5 marzo 2025) è stata una filosofa statunitense, nota per i suoi contributi nell'ambito dell'epistemologia femminista e della filosofia della scienza.[1][2]
Ha insegnato per vent'anni all'Università del Delaware e per quasi altrettanti all'University of California Los Angeles (UCLA), dove ha diretto l'UCLA Center for the Study of Women e co-diretto la rivista Signs: Journal of Women in Culture and Society.[3]
È considerata una delle principali teoriche della cosiddetta teoria del punto di vista (standpoint theory) e ha elaborato il concetto di "oggettività forte" (strong objectivity).[1]
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]Sandra Kimber Harding nacque a San Francisco nel 1935, primogenita dei cinque figli di Lloyd Edward Everett Harding e Constance Victoria Kimber.[4] Trascorse l'infanzia tra la California meridionale e il New Jersey, dove la family si era trasferita per ragioni legate all'impiego del padre nell'amministrazione pubblica durante la seconda guerra mondiale.[4]
Nel 1956 si laureò in letteratura inglese al Douglass College della Rutgers University.[5] Prima di riprendere gli studi universitari alla fine degli anni sessanta, lavorò per circa dodici anni a New York e a Poughkeepsie come ricercatrice legale, redattrice editoriale e insegnante di matematica. Nel 1973 conseguì il dottorato in filosofia presso la New York University, discutendo una tesi sull'epistemologia di Willard Van Orman Quine.[6][4]
Carriera
[modifica | modifica wikitesto]La traiettoria professionale di Harding si è articolata all'interno di prestigiose istituzioni accademiche e istituti di ricerca.
Dopo aver svolto il suo primo incarico di insegnamento dal 1973 al 1976 presso l'Allen Center della State University of New York ad Albany, si trasferì alla University of Delaware, dove fu docente di filosofia per circa vent'anni.[6] Dal 1981 ottenne un incarico congiunto nel Dipartimento di sociologia e, sempre presso lo stesso ateneo, diresse il programma interdisciplinare di Women's Studies nei periodi 1985-1989 e 1990-1992. Durante l'attività all'università del Delaware pubblicò le sue prime opere monografiche di rilievo internazionale: The Science Question in Feminism (1986) e Whose Science? Whose Knowledge?: Thinking from Women's Lives (1991).[7][8]
Nel 1996 si trasferì presso la University of California, Los Angeles (UCLA) con l'incarico di docente di Scienze dell'educazione e Studi di genere (Women's, Gender, and Sexuality Studies); dal 1996 al 2000 assunse anche la direzione del Centro per lo studio delle donne dell'UCLA. Rimase affiliata all'ateneo californiano come Distinguished Professor Emerita anche dopo il pensionamento formale, avvenuto nel 2014.[2][6]
Nel corso del periodo alla UCLA la sua produzione saggistica incluse i volumi Is Science Multicultural?: Postcolonialisms, Feminisms, and Epistemologies (1998) e Sciences from Below: Feminisms, Postcolonialities, and Modernities (2008).[9][10]
Attività editoriale e consulenze internazionali
[modifica | modifica wikitesto]Accanto all'insegnamento Harding consolidò la propria influenza intellettuale guidando importanti progetti editoriali scientifici. Dal 2000 al 2005 fu co-direttrice di Signs: Journal of Women in Culture and Society, una delle riviste internazionali di riferimento per la ricerca e le teorie di genere.[11]
Nel 2016, insieme a un gruppo di studiosi latinoamericani, fu tra i promotori e cofondatori della rivista Tapuya: Latin American Science, Technology, and Society, concepita come piattaforma di dialogo transdisciplinare per la ricerca in America Latina, tra quest'ultima, il mondo euroamericano ed altre aree periferiche globali.[12][13]
Collaborò come consulente per diverse organizzazioni internazionali, tra cui la Commissione delle Nazioni Unite per la scienza e la tecnologia al servizio dello sviluppo (CSTD), l'Organizzazione Panamericana della Sanità, l'UNESCO e il Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne (UNIFEM).[2]
Ultimi anni
[modifica | modifica wikitesto]Proseguì l'attività di ricerca e curatela editoriale fino alla sua morte, avvenuta il 5 marzo 2025 ad Amherst all'età di 89 anni.[14]
Il suo ultimo volume collettaneo da lei curato, Decentralizing Knowledges: Essays on Distributed Agency, incentrato sui processi di decentramento epistemico, è stato pubblicato postumo nello stesso anno dalla Duke University Press.[15]
Contributi teorici
[modifica | modifica wikitesto]Il lavoro teorico di Harding riguarda principalmente l'epistemologia femminista e la filosofia della scienza, con particolare attenzione al rapporto tra produzione della conoscenza, posizione sociale del soggetto conoscente e oggettività scientifica. A partire dagli anni novanta, la sua riflessione si è inoltre estesa alle dimensioni postcoloniali e multiculturali della scienza, interrogando il carattere situato e non universale delle tradizioni scientifiche occidentali.
Epistemologia femminista
[modifica | modifica wikitesto]Nel suo saggio fondamentale The Science Question in Feminism (1986), Harding elabora una celebre tassonomia tripartita delle epistemologie femministe, classificandole in empirismo femminista, teoria del punto di vista e postmodernismo femminista, con lo scopo di mappare e valutare criticamente le diverse strategie di giustificazione della conoscenza prodotte dal movimento delle donne.[16][17]
Harding definisce l'empirismo femminista, termine da lei coniato per identificare la coscienza scientifica spontanea delle ricercatrici a lei contemporanee, come la posizione che individua nei pregiudizi androcentrici una semplice deviazione metodologica, definibile come "cattiva scienza".[18][19] Secondo la ricostruzione dell'autrice questa corrente ritiene che il sessismo possa essere eliminato attraverso un'applicazione più rigorosa e attenta dei metodi scientifici tradizionali già esistenti, lasciando intatte le norme gnoseologiche ed empiriche classiche.[20][17]
Harding critica questo approccio per l'esistenza di una profonda tensione logica interna: nota come l'empirismo femminista pretenda che il genere del ricercatore sia scientificamente irrilevante per la verità delle affermazioni, ma al contempo sostenga che l'inclusione delle donne come soggetti conoscenti aumenti l'oggettività della ricerca.[21][22] Inoltre, rileva Harding, le norme metodologiche tradizionali dell'empirismo non sono sufficienti ad individuare i pregiudizi sistematici condivisi dall'intera comunità scientifica o da un'intera epoca, poiché tali norme agiscono solo nel contesto della giustificazione delle ipotesi e non in quello della loro scoperta.[23]
Alla prospettiva empirista la studiosa contrappone la teoria del punto di vista femminista, presentandola come una proposta più radicale, inquadrabile nei progetti di "scienza successore" (successor science project).[24][25] Nella sua formulazione chiarisce che questa prospettiva non si limita a voler riformare la "cattiva scienza", ma teorizza come l'attività e l'esperienza materiale delle donne, se elaborate attraverso la riflessione critica e la lotta politica, possano offrire un terreno gnoseologico e morale privilegiato per comprendere le relazioni sociali e le leggi della natura.[11] Harding sottolinea tuttavia l'instabilità iniziale di questa posizione: nella sua prima analisi, rileva come lo standpoint femminista rischi di oscillare costantemente tra la regressione verso standard universali e trascendenti di giustificazione (tipici dell'empirismo tradizionale) e lo scivolamento verso il relativismo totale (tipico del postmodernismo).[26]
Il postmodernismo femminista è invece caratterizzato da Harding dallo scetticismo verso le rivendicazioni universali della scienza, del progresso e della ragione e dalla messa in discussione della stabilità della categoria identitaria di "donna" o di un soggetto conoscente unitario.[27] L'autrice evidenzia la fecondità del postmodernismo nel decostruire l'alleanza tra potere e conoscenza, ma avverte che il femminismo non può abbandonarsi a un relativismo radicale o alla frammentazione permanente del soggetto, poiché ciò vanificherebbe la possibilità di una solidarietà politica e di una critica efficace ai progetti scientifici e tecnologici dominanti.[28]
Negli sviluppi successivi del suo pensiero, in particolare a partire dagli anni novanta, Harding ha rielaborato questa rigida tripartizione, riconoscendo che il dibattito interno ne aveva sfumato e superato i confini originari.[29] La stessa Harding ha sviluppato la propria prospettiva combinando elementi della teoria del punto di vista e del postmodernismo, abbandonando l'idea di uno standpoint femminile unico e universale e adottando un'analisi attenta alle asimmetrie di razza, classe e genere.[29]
L'oggettività forte
[modifica | modifica wikitesto]Il concetto di oggettività forte (strong objectivity), sviluppato in Whose Science? Whose Knowledge? Thinking from Women's Lives (1991) e in Rethinking Standpoint Epistemology: What Is "Strong Objectivity"? (1992), costituisce un'elaborazione cardine dell'epistemologia di Harding, formulata in contrapposizione all'oggettività «debole» della scienza classica.[30][17]
Harding considera «debole» la concezione tradizionale dell'oggettività, fondata sulla neutralità e sull'estraneità del soggetto conoscente, ritenendo che essa sottoponga a controllo le ipotesi e i risultati della ricerca, ma non le condizioni sociali e culturali che ne determinano la formulazione. Valori culturali e interessi dei gruppi dominanti, a suo parere, possono entrare nella ricerca già nella scelta dei problemi e delle domande, rimanendo spesso non sottoposti a esame proprio in nome dell'ideale di a-valutatività.
L'oggettività forte da lei proposta estende la riflessività al soggetto conoscente: il ricercatore e la comunità scientifica di appartenenza, con i loro assunti culturali impliciti, devono diventare a loro volta oggetto di analisi critica.[31] La «riflessività forte» (strong reflexivity) che dovrebbe guidarli non consiste nella semplice consapevolezza della loro posizionalità o della loro identità sociale, ma nell'esame sistematico delle condizioni sociali della produzione della conoscenza e in un impegno riflessivo e politico.[32]
A questo principio Harding affianca l'esigenza di avviare la ricerca dalle vite delle persone marginalizzate (starting off research from marginalized lives).[33][34] La loro collocazione sociale può offrire un punto di partenza, una risorsa metodologica per formulare domande e rendere visibili dinamiche che difficilmente emergerebbero dall'esperienza dei gruppi dominanti. Tale prospettiva non costituisce tuttavia una garanzia automatica di verità: le vite dei marginalizzati forniscono l'agenda e i problemi della ricerca, ma non le soluzioni.[35] La spiegazione delle asimmetrie di potere richiede infatti l'analisi delle strutture e delle pratiche dei gruppi egemoni e delle relazioni tra centro e margini.[36]
Harding respinge l'accusa di etnocentrismo osservando che partire dalle vite dei gruppi marginalizzati non richiede che il soggetto conoscente appartenga a tali gruppi. Richiama a questo proposito la dialettica servo-padrone di Hegel e l'analisi della classe lavoratrice in Marx ed Engels, nelle quali soggetti esterni ai gruppi subordinati elaborano conoscenza a partire dalle loro esperienze.[37] Allo stesso modo, l'oggettività forte non viene riferita ad un solo gruppo sociale, né presuppone un soggetto marginalizzato unico e omogeneo: le esperienze dei gruppi subordinati, quali ad esempio le donne, sono molteplici, eterogenee, e possono essere attraversate da differenze e contraddizioni.[38] La produzione della conoscenza implica quindi una pratica democratica di confronto e coalizione (politics of location), nella quale il ricercatore deve sviluppare la capacità di ascoltare e confrontarsi con tali differenze.[11]
Infine Harding distingue l'oggettività forte dal relativismo giudiziale (judgmental relativism): riconoscere il carattere situato della conoscenza non implica che tutte le prospettive abbiano lo stesso valore cognitivo.[39][40] Al contrario, l'oggettività forte mira piuttosto a rafforzare la validità della ricerca attraverso la riflessività e il confronto tra prospettive differenti.[41][29]
L'oggettività forte rimane un progetto realistico di «scienza successore» (successor science), volto a produrre, attraverso il controllo empirico e la riflessività sui processi di produzione della conoscenza, resoconti della realtà meno parziali e distorti.
Scienza, femminismo e postcolonialismo
[modifica | modifica wikitesto]A partire dagli anni novanta Harding estende la propria riflessione oltre le questioni di genere, concentrandosi sul rapporto tra scienza, razza e colonialità.[11] Questo sviluppo trova espressione in opere come Is Science Multicultural? Postcolonialisms, Feminisms, and Epistemologies (1998) e Sciences from Below: Feminisms, Postcolonialities, and Modernities (2008).[11]
In queste opere Harding mette in discussione l'idea di una tradizione scientifica unica e universale, analizzando il carattere storico e culturale delle scienze moderne e le asimmetrie di potere che collegano il soggetto conoscente all'oggetto conosciuto in contesti postcoloniali e neocoloniali.[42] La sua analisi considera le scienze moderne come forme di conoscenza situate e mette in discussione la contrapposizione tra modernità occidentale e tradizione, richiamando l'attenzione sulle tradizioni conoscitive e scientifiche non occidentali.[11] In questo quadro, Harding esamina anche il rapporto storico tra produzione scientifica, colonialismo e rapporti di potere, evidenziando il carattere eurocentrico di parte delle concezioni occidentali della scienza.[43]
Harding connette criticamente lo sviluppo della scienza moderna ai progetti imperialistici, militaristici e capitalistici, evidenziando come le istituzioni accademiche occidentali abbiano storicamente giustificato e riprodotto pratiche di esclusione sociale e materiale.[44] Di conseguenza propone di ripensare radicalmente la gnoseologia e la filosofia della scienza integrando le prospettive teoriche e politiche del sud globale. Per Harding, un'oggettività scientifica realmente rigorosa non può prescindere da una critica radicale del colonialismo e dall'inclusione democratica di ricercatori ed epistemologie storicamente subordinate, sforzandosi attivamente di ampliare e legittimare gli spazi istituzionali e accademici per le studiose e gli studiosi provenienti dalle aree svantaggiate del pianeta.[11]
Critiche e controversie
[modifica | modifica wikitesto]La produzione teorica di Sandra Harding ha suscitato intensi dibattiti sia all'esterno sia all'interno del pensiero femminista, in particolare negli anni novanta negli Stati Uniti durante le cosiddette "guerre della scienza" (Science Wars).[45][46]
Critiche sul piano dell'epistemologia tradizionale
[modifica | modifica wikitesto]Sul piano della filosofia della scienza analitica e tradizionale l'epistemologa Susan Haack ha criticato duramente l'approccio di Harding, arrivando a contestare la legittimità teorica stessa di un'epistemologia di genere, da lei considerata una contraddizione in termini.[47] Haack ha sostenuto che i concetti cardine della gnoseologia, come verità, prova, evidenza empirica e inferenza logica, sono universali e strutturalmente indipendenti dal sesso o dagli orientamenti politici del ricercatore, e che l'introduzione di agende sociali e politiche nella teoria della conoscenza rappresenterebbe un'ingiustificata concessione all'irrazionalismo e al costruttivismo radicale; la scienza, intesa come ricerca della verità, a suo parere non deve essere influenzata da ideologie politiche.[48]
Critiche interne al femminismo e prospettive intersezionali
[modifica | modifica wikitesto]Sul versante interno al dibattito femminista le obiezioni si sono concentrate sui limiti metodologici e sulle possibili derive essenzialiste del modello. Helen Longino ha criticato l'architettura epistemica della teoria del punto di vista, giudicandola insufficientemente normativa: secondo Longino, essa non offrirebbe criteri razionali condivisi per decidere tra resoconti scientifici contrastanti o per stabilire in modo imparziale quale punto di vista sia epistemologicamente superiore. Longino ha inoltre contestato a Harding una lettura riduttiva dell'empirismo femminista, accusandola di averlo categorizzato sbrigativamente come un "empirismo spontaneo" e ingenuo, che presumeva di poter eliminare i bias androcentrici senza alcuna modificazione dei presupposti teorici di sfondo della scienza ufficiale.[49][50][29]
Un'ulteriore linea di critica è giunta dalle prospettive postcoloniali e intersezionali. La sociologa algerina Marnia Lazreg ha contestato il tentativo di Harding di legittimare la teoria del punto di vista istituendo analogie storiografiche tra lo standpoint femminista occidentale e una presunta "visione del mondo africana" (African worldview).[51] Lazreg ha definito questa operazione teorica come eurocentrica e meccanicistica, argomentando che l'assimilazione acritica delle asimmetrie coloniali del terzo mondo alle sole dinamiche delle disuguaglianze di genere occidentali finisca per confondere e oscurare la specificità storica dei contesti di oppressione. Lazreg, inoltre, ha evidenziato come Harding, al pari di Evelyn Fox Keller, non sia riuscita a svincolarsi da una rappresentazione problematica ed essenzialista del corpo femminile.[52]
Infine le sociologhe Liz Stanley e Sue Wise hanno espresso riserve sul modo in cui Harding, nelle sue opere successive, ha tentato di integrare il femminismo nero e lesbico nella sua tassonomia originaria, sostenendo che tali prospettive siano state forzatamente subordinate ed incapsulate all'interno della rigida griglia teorica di matrice dello standpoint, ignorando come esse costituissero in realtà epistemologie del tutto autonome ed eterogenee rispetto al modello materialista di partenzamaterialista-socialista del suo modello originario.[53]
Le «Science Wars» e le controversie pubbliche
[modifica | modifica wikitesto]Molte controversie di natura più mediatica e accademica si sono concentrate su alcune iperboli retoriche presenti nel volume del 1986 The Science Question in Feminism. Nel saggio, analizzando l'uso storico di metafore sessualizzate e violente (come i riferimenti allo stupro e alla tortura della natura negli scritti di Francis Bacon) per descrivere l'indagine scientifica, Harding sollevò il quesito se non fosse altrettanto onesto e illuminante riferirsi alle leggi della meccanica di Newton come al suo "manuale di stupro" ("Newton's rape manual") anziché come alla "meccanica newtoniana".[54] Questo specifico enunciato scatenò aspre reazioni nella comunità scientifica; l'autrice espresse in seguito rammarico per la scelta di quella formulazione, definendola una provocazione sfuggita al proprio controllo retorico.
A causa di queste posizioni, l'opera di Harding divenne nel 1994 uno dei bersagli principali del volume Higher Superstition del biologo Paul R. Gross e del matematico Norman Levitt. I due scienziati inaugurarono il periodo delle cosiddette Science Wars accusando frontalmente la sinistra accademica americana, e Harding in particolare, di confondere i contesti storici, sociologici e politici in cui uno scienziato arriva a formulare una nuova idea o teoria, con la validità oggettiva delle leggi fisiche, promuovendo così uno scetticismo ideologizzato e distruttivo verso la razionalità.[55]
Per rispondere alle accuse di Gross e Levitt, la rivista di orientamento postmoderno Social Text decise di pubblicare nel 1996 un numero speciale dedicato a confutare le tesi degli scienziati realisti, selezionando proprio un saggio di Harding (Science is "Good to Think With") come articolo di apertura del fascicolo.[56] Tuttavia, l'operazione difensiva si trasformò in un caso mediatico globale: lo stesso numero ospitò infatti, all'insaputa dei redattori, la celebre beffa del fisico Alan Sokal. L'articolo parodistico di Sokal, accettato acriticamente dalla rivista, era infarcito di citazioni volutamente assurde tratte in parte proprio dalle epistemologie femministe radicali e dai testi di Harding, con l'obiettivo di dimostrare la mancanza di rigore metodologico e di controllo editoriale all'interno di determinati filoni dei cultural studies.[57]
Opere principali
[modifica | modifica wikitesto]Libri
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Sandra Harding, The Science Question in Feminism, Cornell University Press, 1986, ISBN 978-0801493638.
- (EN) Sandra Harding, Whose Science? Whose Knowledge?: Thinking from Women's Lives, Cornell University Press, 1991, ISBN 978-0801497469.
- (EN) Sandra Harding, The feminist standpoint theory reader : intellectual and political controversies, New York, Routledge, 2004, ISBN 9780415945004.
- (EN) Sandra Harding, Is Science Multicultural? Postcolonialisms, Feminisms, and Epistemologies, Indiana University Press, 1998, ISBN 9780253333650.
- (EN) Sandra Harding, Science and Social Inequality: Feminist and Postcolonial Issues, University of Illinois Press, 2006, ISBN 978-0252073045.
- (EN) Sandra Harding, Sciences from Below: Feminisms, Postcolonialities, and Modernities, Duke University Press, 2008, ISBN 978-0822342823.
- (EN) Sandra Harding, Objectivity and diversity : another logic of scientific research, Chicago, University of Chicago Press, 2016, ISBN 9780226241531.
Curatele
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Sandra Harding, Merrill B. Hintikka (a cura di), Discovering reality : feminist perspectives on epistemology, metaphysics, methodology, and philsophy of science, Dordrecht, Reidell, 1983, ISBN 978-90-277-1538-8.
- (EN) Sandra Harding (a cura di), Feminism and Methodology: Social Science Issues, Indiana University Press, 1987, ISBN 9780335155613.
- (EN) Leandro Rodriguez Medina, Sandra Harding (a cura di), Decentralizing Knowledges. Essays on Distributed Agency, Duke University Press, 2025, DOI:10.1215/9781478060772, ISBN 978-1-4780-2855-0.
Saggi, Articoli
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Sandra Harding, The Method Question, in Hypatia: A Journal of Feminist Philosophy, vol. 2, n. 3, 1987, pp. 19-35.
- (EN) Sandra Harding, Starting Thought From Women's Lives: Eight Resources for Maximizing Objectivity, in Journal of Social Philosophy, vol. 21, n. 2-3, 1990, pp. 140-149.
- (EN) Sandra Harding, After Eurocentrism? Challenges for the Philosophy of Science, in PSA: Proceedings of the Biennial Meeting of the Philosophy of Science Association, vol. 1992, n. 2, 1992, pp. 311-319.
- (EN) Sandra Harding, Rethinking Standpoint Epistemology: ‘What is Strong Objectivity?, in Linda Alcoff, Elizabeth Potter (a cura di), Feminist Epistemologies, New York, Routledge, 1993, pp. 49-82, ISBN 9780415904513.
- (EN) Sandra Harding, 'Strong Objectivity': A Response to the New Objectivity Question, in Synthese, vol. 104, n. 3, 1995, pp. 331-349.
- (EN) Sandra Harding, Women, Science, and Society, in Science, vol. 281, n. 5383, 1998, pp. 1599-1600.
- (EN) Sandra Harding, Must the Advance of Science Advance Global Inequality?, in International Studies Review, vol. 4, n. 2, 2002, pp. 87-105.
- (EN) Sandra Harding, Kathryn Norberg, Kathryn Norberg, New Feminist Approaches to Social Science Methodologies: An Introduction, in Signs: Journal of Women in Culture and Society, vol. 30, n. 4, 2005, pp. 2009-2015.
- (EN) Sandra Harding, A Socially Relevant Philosophy of Science? Resources from Standpoint Theory's Controversiality, in Hypatia, vol. 19, n. 1, 2009, pp. 25-47.
- (EN) Sandra Harding, 'Science and Democracy:' Replayed or Redesigned?, in Social Epistemology, vol. 19, n. 1, 2005, pp. 5-18.
- (EN) Sandra Harding, Postcolonial and Feminist Philosophies of Science and Technology, in Postcolonial Studies, vol. 12, n. 4, 2009, pp. 410-429.
- (EN) Sandra Harding, Latin American Decolonial Studies: Feminist Issues, in Feminist Studies, vol. 43, n. 3, 2017, pp. 624-636.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 (EN) Sandra Harding, su britannica.com. URL consultato il 20 agosto 2026.
- 1 2 3 (EN) In memoriam: Sandra Harding, 89, professor and feminist philosophy trailblazer, su newsroom.ucla.edu. URL consultato il 23 agosto 2026.
- ↑ (EN) In Memoriam: Sandra Harding, su udel.edu, 20 marzo 2025. URL consultato il 20 agosto 2025.
- 1 2 3 (EN) Joseph Klett, Jody A. Roberts, Oral history interview with Sandra Harding, su Science History Institute Digital Collections, 2019. URL consultato il 20 agosto 2026.
- ↑ (EN) Sandra Harding, su UCLA Graduate School of Education and Information Studies. URL consultato il 14 agosto 2026..
- 1 2 3 (EN) Sandra G. Harding: 1935 – 2025, su seis.ucla.edu, 20 marzo 2025. URL consultato il 23 agosto 2026.
- ↑ (EN) Sandra Harding, The Science Question in Feminism, Cornell University Press, 1986, ISBN 978-0801493638.
- ↑ (EN) Sandra Harding, Whose Science? Whose Knowledge?: Thinking from Women's Lives, Cornell University Press, 1991, ISBN 978-0801497469.
- ↑ (EN) Sandra Harding, Is Science Multicultural?: Postcolonialisms, Feminisms, and Epistemologies, Indiana University Press, 1998, ISBN 978-0253211569.
- ↑ (EN) Sandra Harding, Sciences from Below: Feminisms, Postcolonialities, and Modernities, Duke University Press, 2008, ISBN 978-0822342823.
- 1 2 3 4 5 6 7 Braidotti et al.
- ↑ (EN) Tapuya: Latin American Science, Technology and Society, su tapuya.org. URL consultato il 23 agosto 2026.
- ↑ (EN) Luis Reyes-Galindo, Leandro Rodriguez-Medina, Luisa Fernanda Grijalva-Maza, In no small words: Sandra Harding (1935–2025), in Tapuya: Latin American Science, Technology and Society, vol. 8, n. 1, 2025.
- ↑ (EN) Sandra Harding Obituary, in The New York Times, 16 marzo 2025. URL consultato il 14 agosto 2026.
- ↑ (EN) Leandro Rodriguez Medina, Sandra Harding (a cura di), Decentralizing Knowledges. Essays on Distributed Agency, Duke University Press, 2025, DOI:10.1215/9781478060772, ISBN 978-1-4780-2855-0.
- ↑ Harding 1986, pp. 24-29
- 1 2 3 (EN) Feminist Social Epistemology, su plato.stanford.edu. URL consultato il 20 agosto 2026.
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- ↑ (EN) Sandra Harding, Science and Social Inequality: Feminist and Postcolonial Issues, University of Illinois Press, 2006, ISBN 978-0252073045.
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- ↑ (EN) Susan Haack, Manifesto of a Passionate Moderate: Unfashionable Essays, University of Chicago Press, 1998, ISBN 0226311368.
- ↑ Helen Longino, Science as Social Knowledge: Values and Objectivity in Scientific Inquiry, Princeton University Press, 1990, ISBN 9780691020518.
- ↑ Alcoff-Potter 1993, p. 119
- ↑ (EN) Marnia Lazreg, Women’s Experience and Feminist Epistemology: A critical neo-rationalist approach, in Kathleen Lennon, Margaret Whitford (a cura di), Knowing the Difference. Feminist perspectives in epistemology, London, Routledge, 1994, pp. 59-60, ISBN 0-415-08988-3.
- ↑ Lennon-Whitford 1994, p. 50
- ↑ Stanley-Wise, p. 190
- ↑ Sandra Harding, The Science Question in Feminism, Cornell University Press, 1986, p. 113, ISBN 9780801493638.
- ↑ Paul R. Gross e Norman Levitt, Higher Superstition: The Academic Left and Its Quarrels with Science, Johns Hopkins University Press, 1994, ISBN 9780801847677.
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- ↑ Alan Sokal e Jean Bricmont, Imposture intellettuali, Garzanti, 1999, ISBN 88-11-60004-9.
Bibliografia
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- (EN) Rosi Braidotti, Sarah Bracke, Iris van der Tuin, In Memoriam: Sandra Harding (1935-2025), in Signs, 2025.
- (EN) Miranda Fricker, Jennifer Hornsby (a cura di), The Cambridge Companion to Feminism in Philosophy, Cambridge, Cambridge University Press, 2008, ISBN 9780521624695.
- (EN) Donna Haraway, Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective, in Feminist Studies, vol. 14, n. 3, 1988, pp. 575-599, DOI:10.2307/3178066.
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- (EN) Sandra Harding, Whose Science? Whose Knowledge?: Thinking from Women's Lives, Cornell University Press, 1991, ISBN 978-0801497469.
- (EN) Sandra Hatding, Rethinking Standpoint Theory Epistemology: What is "strong onjectivity"?, in The Centennial Review, vol. 36, n. 3, 1992, p. 437-470.
- (EN) Kathleen Lennon, Margaret Whitford (a cura di), Knowing the Difference: Feminist Perspectives in Epistemology, London, Routledge, 1994, ISBN 9780415089883.
- (EN) Liz Stanley, Sue Wise, Breaking Out Again. Feminist Ontology and Epistemology, London, Routledge, 1993, ISBN 9780415072700.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]- Epistemologia
- Epistemologia femminista
- Oggettività
- Filosofia della scienza
- Filosofie femministe
- Studi di genere
- Teoria critica
- Affare Sokal
- Donna Haraway
- Evelyn Fox Keller
- Postcolonialismo
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