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Subalterno (postcolonialismo)

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Antonio Gramsci, conciatore del subalterno

Il concetto di subalterno nel postcolonialismo indica una classe del popolo subordinata, più estesa del proletariato vero e proprio, priva di una propria voce a causa dell’egemonia culturale. Il termine fu utilizzato dall’intellettuale e filosofo marxista italiano Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere e in particolare nel Quaderno XXV scritto a Formia tra il 1934 e il 1935.

Per Gramsci, i subalterni non possono protestare contro l’ingiustizia della loro oppressione sociale esercitata dal potere dominante, poiché sono frantumati e divisi, privi di voce, soggetti unicamente a insorgenze e insubordinazioni spontanee, non organizzate.

Il concetto di subalterno ha acquisito nel corso degli anni significati diversi e gli studiosi non concordano su una definizione univoca.

L’origine del lemma

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Il lemma “subalterno” esiste prima di Antonio Gramsci nel senso militare, per descrivere il grado di “sotto capitano”, ed era diffuso principalmente dopo la prima guerra mondiale. Prima di Gramsci, però, nessuno aveva pensato al subalterno nel modo oggi ripreso in senso sociale e politico dagli studi post-coloniali.

Si trovano i «subalterni» nelle opere di Gramsci almeno già dal 1919, quando scrive Il paese di Pulcinella nell’edizione piemontese dell’«Avanti!» il 30 gennaio. Qui Gramsci usa il termine come rivolta contro lo Stato italiano, definito appunto «lo Stato di Pulcinella», perché Stato di assoluta dissoluzione e irresponsabilità.[1] La ragione dell’utilizzo di un lemma militare riguardo alle classi sociali si comprende leggendo il suo articolo su “Lo Stato operaio” uscito il 18 ottobre 1923, intitolato Il nostro indirizzo sindacale. In esso Gramsci scrive:

«La classe operaia è come un grande esercito che sia stato privato di colpo di tutti i suoi ufficiali subalterni; in un tale esercito sarebbe impossibile mantenere la disciplina, la compagine, la spirito di lotta, l’unicità di indirizzo colla sola esistenza di uno stato maggiore».[1]

La teoria del subalterno

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Il subalterno secondo Gramsci

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Gramsci scrisse sui subalterni mentre era rinchiuso in carcere come nemico dello stato fascista. Egli non fornisce una definizione sistematica di subalterno, ma il significato del termine si può evincere dal modo in cui la parola viene da lui utilizzata. Il suo Quaderno XXV, intitolato Ai margini della storia (Storia dei gruppi sociali subalterni), è interamente dedicato a questo argomento ed evoca il passaggio dei subalterni dalla frantumazione all’autonomia come preludio alla possibilità di una “contesa egemonica”. Il subalterno è descritto così:

«I gruppi subalterni, mancando di autonomia politica, le loro iniziative «difensive» sono costrette da leggi proprie di necessità, più semplici, più limitate e politicamente più compressive che non siano le leggi di necessità storica che dirigono e condizionano le iniziative della classe dominante. Spesso i gruppi subalterni sono originariamente di altra razza (altra cultura e altra religione) di quelli dominanti e spesso sono un miscuglio di razze diverse, come nel caso degli schiavi. (...) Le classi subalterne, per definizione, non sono unificate e non possono unificarsi finché non possono diventare «Stato»: la loro storia, pertanto, è intrecciata a quella della società civile, è una funzione «disgregata» e discontinua della storia della società civile e, per questo tramite, della storia degli Stati o gruppi di Stati».[2]

Dunque i subalterni secondo Gramsci mancano di autonomia politica, vengono spesso dalle razze diverse rispetto a quella dominante e non sono uniti tra loro. Per questo non si costituiscono in uno Stato unico e le classi subalterne diventano “invisibili”, restando ai margini della storia. Sono sottoposti al potere della cultura egemone politicamente, in questo caso della borghesia.

Gramsci fa altri riferimenti al subalterno, dimostrando che i subalterni possono essere persone che sembrano aver autorità ma in realtà non ne hanno. Scrive per esempio che la Chiesa cattolica «non è più una potenza ideologica mondiale, ma solo una forza subalterna».[3] Quindi anche i subalterni possono cambiare la loro posizione. I subalterni per Gramsci sono schiacciati dall'iniziativa della classe dominante, che li costringe ad una condizione di incapacità.[4]

In un certo senso, Gramsci stesso vive in una condizione di subalternità durante la sua detenzione: non ha accesso a risorse sufficienti, soffre molto il proprio stato di incapacità e subordinazione. Alcuni studiosi sostengono che Gramsci non abbia potuto determinare pienamente il concetto il subalterno perché egli stesso era un subalterno, senza la consapevolezza della propria condizione.[5]

La subalterna secondo Spivak

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Gaytari Spivak fa un discorso sul subalterno a Goldsmiths College

Dopo Gramsci, il termine «subalterno» trova particolare diffusione in India, con i Subaltern Studies fondati dallo storico Ranajit Guha nel 1982. Viene ripreso e sviluppato nel 1985 dalla studiosa postcoloniale Gayatri Chakravorty Spivak in un suo importante saggio intitolato «I subalterni possono parlare?» (Can the Subaltern speak?, pubblicato poi nel 1988).[6]

La sua definizione di subalterno è diversa da quella di Gramsci: per Spivak, il subalterno rappresenta il soggetto privato di ogni possibilità di affermare la propria voce o la propria posizione nel sistema coloniale, ed è più precisamente della subalterna al femminile che l'autrice si occupa, perché storicamente la maggior parte dei "subalterni" nel senso da lei analizzato sono donne, coinvolte in un doppio sistema di oppressione, coloniale e di genere. Spivak scrive: «la subalterna in quanto donna non può essere udita né letta».[7] Il subalterno secondo Spivak è simile all’idea coloniale di altro, ma non rappresenta semplicemente la popolazione oppressa o le classi sociali inferiori. Il subalterno spivakiano si riferisce infatti all'«eterogeneità totale dello spazio decolonizzato», ovvero all'identità artificialmente omogenea, remota ed esoticizzata attribuita dall'ex colonizzatore alle comunità ex colonizzate.[8]

Tuttavia, il tentativo stesso di definire il "subalterno" è problematico secondo Spivak, perché comporta l'accettazione del punto di vista coloniale usato per definire l'"altro" (il "Terzo Mondo", il "non occidentale", etc.). Spivak afferma che tutto ciò che viene scritto sul subalterno è il prodotto di una prospettiva eurocentrica e maschile, considerato che la subalterna per definizione non ha mai ricevuto lo spazio storico per esprimere il proprio punto di vista o affermare la propria voce a livello politico, sociale, e culturale. Nell'analisi di Spivak, il progetto coloniale si appoggia infatti su un ideale di «uomini bianchi che salvano le donne nere dagli uomini neri» (white men saving brown women from brown men)[9] strumentalizzato per giustificare l'intervento coloniale.

Per illustrare questo ideale, Spivak usa l’esempio del Sati, una pratica storica diffusa tra alcune vedove indiane che si bruciavano vive sulla pira del marito defunto, spinte da pressioni sociali e religiose. Spivak rileva che, da un lato, gli occidentali criticano questa pratica per la sua violenza, ma, dall'altro, per gli indiani (maschi) questa pratica rappresenta un atto sacro. In tutto ciò, la voce e la prospettiva delle donne indiane coinvolte vengono completamente ignorate e la pratica del Sati viene strumentalizzata dall'Impero britannico per giustificare l'invasione coloniale come legittimo progetto di civiltà volto a salvare le vedove da tale sacrificio.[10]

Questo doppio livello di oppressione – coloniale da un lato, di genere dall'altro – è reso possibile dal fatto che per definizione non si possa mai conoscere davvero il subalterno spivakiano, e che quindi non si possa sentirlo. Anziché venire ascoltato, il subalterno viene spiegato attraverso la parola altrui.

L’influenza del subalterno negli studi postcoloniali

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Dopo Spivak l'idea di «subalterno» diventa particolarmente rilevante per vari autori, ma costituisce spesso un concetto ambiguo e semanticamente problematico.

Sebbene studiosi eminenti come Homi Bhaba e Edward Said abbiano affrontato a più riprese il problema del discorso dell’Altro negli studi postcoloniali, nessuno dei due ha utilizzato il lemma «subalterno».[11] Molti studiosi, inoltre, sostengono, in contrasto con Spivak, che i subalterni abbiano in realtà delle possibilità di parola. Bruce Robbins, ad esempio, ha risposto direttamente a Spivak scrivendo che «il critico che accusa altri di parlare per i subalterni […] certo sta anche sostenendo di parlare per loro.»[10] Jill Didur e Teresa Heffernan affermano che il saggio di Spivak sul tema sia motivato soprattutto da intenti politici.[10] J. Maggio propone invece di ricorrere alla traduzione, anziché alla rappresentazione, come chiave interpretativa del subalterno, poiché essa costituisce un modo attraverso cui il subalterno può essere ascoltato, a condizione che il traduttore sia consapevole del fatto che il nuovo testo non potrà mai coincidere con l’originale e si assuma la responsabilità di tale scarto.[10]

Altri studiosi, come Nicoletta Vallorani, sostengono che il postcolonialismo debba essere decolonizzato, così da consentire una migliore comprensione delle differenze tra i subalterni. Ali Ahmida scrive che i subalterni possono parlare, il problema è quando.[12] Alessandro Giardino sostiene che anche Giorgio Bassani scrisse sul subalterno ne Il romanzo di Ferrara, mostrando che il subalterno «è sempre dentro e fuori di sé e che per unirsi a quella differenza che è l’Altro, questa deve essere innanzitutto accettata all’interno di sé.»[13] Ranajit Guha usa il lemma «subalterno» per una serie di libri intitolati «Subaltern Studies» sui contadini indiani.[14]

  1. 1 2 Guido Liguori, Subalterno e subalterni nei “Quaderni del carcere”, in International Gramsci Journal, vol. 2, n. 1, 1º gennaio 2016, pp. 89-125. URL consultato il 17 luglio 2019.
  2. Gramsci, Antonio. Quaderni del carcere: Volume terzo, Quaderni 12-29 (1932-1935). Einaudi, 2001, pp. 2286-2288.
  3. Green, Marcus E. “Gramsci non può parlare: presentazioni e interpretazioni del concetto gramsciano di subalterno." Americanismi: sulla ricezione del pensiero di Gramsci negli Stati Uniti, Mauro (ed.) Pala, CUEC, 2009, pp. 72.
  4. Ibid.
  5. Green, Marcus E. “Gramsci non può parlare: presentazioni e interpretazioni del concetto gramsciano di subalterno." Americanismi: sulla ricezione del pensiero di Gramsci negli Stati Uniti, Mauro (ed.) Pala, CUEC, 2009, pp. 74.
  6. Gayatri Chakravorty Spivak, "Can the subaltern speak?" in Marxism and the interpretation of culture, a cura di C. Nelson, Urbana, IL, University of Illinois Press, 1988, pp. 271-313.
  7. Gayatri Chakravorty Spivak, “Can the Subaltern Speak?” in Can the Subaltern Speak?: Reflections on the History of an Idea, Columbia UP, 2010, p. 63.
  8. Spivak, p. 68.
  9. Spivak, p. 48.
  10. 1 2 3 4 J Maggio, “Can the Subaltern Be Heard?”: Political Theory, Translation, Representation, and Gayatri Chakravorty Spivak, in Alternatives: Global, Local, Political, vol. 32, n. 4, 2007-10, pp. 419-443, DOI:10.1177/030437540703200403. URL consultato il 17 luglio 2019.
  11. Vallorani, Nicoletta. “Sidelong Thinking: Disobedient Geographies and Subaltern Cultures.” Altre Modernità, vol. 16, 2016, pp. 120.
  12. Ali Abdullatif Ahmida, When the Subaltern Speak: Memory of Genocide in Colonial Libya 1929 to 1933, in Italian Studies, vol. 61, n. 2, 2006-10, pp. 175-190, DOI:10.1179/007516306x142924. URL consultato il 17 luglio 2019.
  13. Alessandro Giardino, Giorgio Bassani e il ‘subalterno’ come esperienza dell’altro: per una nuova lettura degli Occhiali d’oro, Il giardino dei Finzi-Contini, e Dietro la porta, in The Italianist, vol. 33, n. 3, 2013-10, pp. 427-442, DOI:10.1179/0261434013z.00000000054. URL consultato il 17 luglio 2019.
  14. Lance Brennan e Ranajit Guha, Subaltern Studies I. Writings on South Asian History and Society., in Pacific Affairs, vol. 57, n. 3, 1984, p. 509, DOI:10.2307/2759093. URL consultato il 17 luglio 2019.
  • Ahmida, Ali Abdullatif. “When the Subaltern Speak: Memory of Genocide in Colonial Libya 1929 to 1933.” Italian Studies, vol. 61, no. 2, autunno 2006, pp. 175-190.
  • Di Maio, Alessandra. “Subaltern Studies.” Studi culturali.
  • Dubla, Ferdinando. (a cura) Saggi su Guha, Gramsci, de Martino e i margini della storia, Quaderni di Subaltern Studies Italia nr.1, Barbieri ed., 2024. ISBN 9.788861.8.70437
  • Giardino, Alessandro. “Giorgio Bassani e il 'subalterno' come esperienza dell'altro: per una nuova lettura degli occhiali d'oro, il giardino dei Finzi-Contini, e dietro la porta." Italianist: Journal of the Department of Italian Studies, University of Reading and of the Department of Italian, Cambridge UP, vol. 33, no. 3, Oct. 2013, pp. 427-442.
  • Gramsci, Antonio. The Gramsci Reader: Selected Writings 1916-1935. A cura di David Forgacs. New York UP, 2000.
  • Gramsci, Antonio. Quaderni del carcere: Volume terzo, Quaderni 12-29 (1932-1935). Einaudi, 2001.
  • Gramsci, Antonio. Pre-Prison Writings. A cura di Richard Bellamy. Cambridge UP, 1994.
  • Gramsci, Antonio. Selections from the Prison Notebooks of Antonio Gramsci. A cura di Quintin Hoare e Geofrey Nowell Smith. International Publishers, 1971.
  • Gramsci, Antonio. The Southern Question. Bordighera Incorporated, 2004.
  • Green, Marcus E. “Gramsci non può parlare: presentazioni e interpretazioni del concetto gramsciano di subalterno." Americanismi: sulla ricesione del pensiero di Gramsci negli Stati Uniti, Mauro (ed.) Pala, CUEC, 2009, pp. 71-102.
  • Guha, Ranajit. Subaltern Studies I: Writings on South Asian History and Society. Oxford UP, 1982.
  • Liguori, Guido. “Subalterno e subalterni nei ‘Quaderni del carcere.’” International Gramsci Journal, 2 (1), 2016, pp. 89-125. http://ro.uow.edu.au/gramsci/vol2/iss1/24
  • Maggio, J. “‘Can the Subaltern Be Heard?’: Political Theory, Translation, Representation, and Gayatri Chakravorty Spivak.” Alternatives: Global, Local, Political, vol. 32, no. 4, 2007, pp. 419–443.
  • Spivak, Gayatri Chakravorty. “Can the Subaltern Speak?” Can the Subaltern Speak?: Reflections on the History of an Idea. Columbia UP, 2010, pp. 21-66.
  • Vacca, Giuseppe. “Gramsci, Antonio.” Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 58 (2002). Treccani. http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-gramsci_(Dizionario-Biografico)
  • Vallorani, Nicoletta. “Sidelong Thinking: Disobedient Geographies and Subaltern Cultures.” Altre Modernità, vol. 16, 2016, pp. 120-133.