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Sacco di Tessalonica (904)

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Sacco di Tessalonica
parte delle guerre arabo-bizantine
Image
Il sacco di Tessalonica (dallo Scilitze di Madrid)
Data31 luglio 904
LuogoTessalonica
EsitoVittoria saracena
Schieramenti
Impero bizantinoPirati Saraceni di Siria ed Egitto
Comandanti
Petronas
Leo Chitzilakes
Niketas
Leone di Tripoli
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Il Sacco di Tessalonica del 904 compiuto dai pirati Saraceni fu uno dei peggiori disastri che colpirono l'Impero bizantino nel corso del X secolo.

Una flotta musulmana, condotta dal rinnegato greco Leone di Tripoli, salpò dalla Siria. I Musulmani non ritennero fattibile l'obiettivo iniziale di attaccare Costantinopoli, e decisero invece di rivolgersi contro Tessalonica, cogliendo completamente alla sprovvista i Bizantini, la cui marina non fu in grado di intervenire tempestivamente. Le mura cittadine, soprattutto quelle affacciate verso il mare, erano in cattive condizioni.

La flotta saracena arrivò in prossimità di Tessalonica domenica 29 luglio 904 e, in seguito a un breve assedio, durato tre giorni, i Saraceni riuscirono a espugnare le mura marine, superando la resistenza dei tessalonicesi e prendendo la città il 31 luglio. Il sacco si protrasse per un'intera settimana, prima della partenza dei pirati che fecero ritorno nelle loro basi nel Levante. La maggior parte dei prigionieri furono riscattati dall'Impero e scambiati con prigionieri musulmani.

Assedio e sacco

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Nel giugno del 904 una flotta musulmana di 54 navi, condotta dal rinnegato greco Leone di Tripoli (da poco convertitosi all'Islam), salpò dalla Siria dirigendosi verso l'Ellesponto. I Musulmani non ritennero fattibile l'obiettivo iniziale di attaccare la capitale Costantinopoli, e decisero invece di rivolgersi contro Tessalonica, cogliendo completamente alla sprovvista i Bizantini, la cui marina non fu in grado di intervenire tempestivamente. Le mura cittadine, soprattutto quelle affacciate verso il mare, erano in cattive condizioni.

Quando il protospatario Petronas, inviato dall'imperatore, informò la popolazione di Tessalonica dell'imminente attacco, la città fu colta dal panico. Secondo la testimonianza di Giovanni Cameniate, Petronas consigliò alla popolazione di non concentrare i loro sforzi nella riparazione delle mura, ma piuttosto di costruire un muro sottomarino per impedire alla flotta nemica di avvicinarsi alle mura. [1]Tuttavia, prima che il muro sottomarino potesse essere completato, arrivò nella città lo strategos Leone Chitzilakes, il quale prese il posto di Petronas, richiamato a Costantinopoli. Leone Chitzilakes interruppe temporaneamente la costruzione del muro sottomarino ordinando piuttosto la riparazione delle mura.[2] Tuttavia subito dopo arrivò in città un secondo strategos di nome Niceta, il quale assunse il comando per via dell'infortunio di Leone Chitzilakes. Niceta, tuttavia, riuscì a migliorare soltanto marginalmente le difese della città prima dell'arrivo della flotta nemica domenica 29 luglio 904 e le richieste di aiuto allo strategos del thema di Strymon e agli Sclaveni caddero nel vuoto.

Secondo la testimonianza di Giovanni Cameniate, i pirati non attaccarono subito ma decisero piuttosto di esaminare le difese della città al fine di individuare eventuali punti deboli. Leone di Tripoli, che intendeva stabilire da quale parte avrebbe dovuto assalire le mura, ordinò ai suoi uomini di perlustrare tutta la sezione delle mura battuta dai flutti.[3] Terminata l'ispezione delle mura e appurato che lo stretto che conduceva al porto era protetto da uno sbarramento di catene di ferro e da navi alla fonda, stabilì che avrebbe attaccato nel punto debole delle difese da lui individuato. Individuati i punti in cui il mare diventava profondo e si andava a infrangere contro la parte bassa delle mura, i pirati saraceni sotto il comando di Leone di Tripoli lanciarono ripetuti assalti a quel tratto delle mura per tutta la giornata, venendo ogni volta respinti dai difensori.[4] Gli assedianti decisero allora di cambiare strategia: ritiratesi nelle loro navi, approdarono in una spiaggia ad oriente della città e assaltarono invano le mura in prossimità della porta Roma fino a notte fonda, per poi far ritorno nelle navi. Le sentinelle disposte sui baluardi, nel frattempo, rimasero all'erta nell'eventualità che il nemico tentasse qualche colpo di mano notturno o qualche insidia.[5]

All'alba del secondo giorno di combattimenti, i Saraceni sbarcarono e lanciarono un ulteriore assalto alle mura, concentrandosi in corrispondenza delle porte e facendo uso di diverse macchine d'assedio scaglianti pietre, oltre che di archi e frecce; gli assalti alle mura, tuttavia, vennero ancora una volta respinti.[6] I Saraceni tentarono, allora, di dare alle fiamme delle porte Roma e Cassandreiotica, ma anche questo stratagemma non ebbe successo e la seconda giornata di combattimenti si concluse con un nulla di fatto.[7]

Nel corso della notte gli assedianti diedero inizio alla costruzione di macchine d'assedio. Secondo Giovanni Cameniate, i Saraceni connessero le loro navi a due a due con funi e catene di ferro e, con accorti espedienti, costruirono sulle navi dei torrioni che si innalzavano ben al di sopra della cinta muraria di Tessalonica; su queste torri lignee posero degli uomini scelti con l'ordine di bersagliare i difensori con frecce, sassi e ordigni infuocati; grazie a questo stratagemma gli assedianti poterono ergersi al di sopra della struttura stessa delle mura con loro grande vantaggio.[8] La vista di queste torri lignee demoralizzò i difensori, molti dei quali fuggirono nella parte alta della città (l'acropoli, anche detta sobborgo di S. Davide); quella parte che continuò a opporre strenua resistenza riuscì almeno inizialmente, scagliando fitti dardi e ordigni infuocati, a impedire alle navi nemiche di avvicinarsi troppo alle mura marine; i Saraceni allora, individuato il punto delle mura dove le difese erano più deboli e il mare era più profondo, attaccarono proprio in quel punto, riuscendo a espugnare le mura marine, superando la resistenza dei tessalonicesi e prendendo la città all'ora terza (tra le otto e le nove) del mattino del 31 luglio.[9]

Il sacco si protrasse per un'intera settimana, prima della partenza dei pirati che fecero ritorno nelle loro basi nel Levante. La maggior parte dei prigionieri furono riscattati dall'Impero e scambiati con prigionieri musulmani.

La principale fonte primaria del sacco è costituita da La presa di Tessalonica (in greco Εις την άλωσιν της Θεσσαλονίκης?, Eis tēn alōsin tēs Thessalonikēs) di Giovanni Cameniate, che sostiene di essere stato testimone oculare del sacco e uno dei tessalonicesi fatti prigionieri dai pirati arabi; l'opera sopravvive in quattro manoscritti, anche se nessuno di essi fu scritto prima del XV secolo. Alcuni studiosi, come Alexander Kazhdan e Warren Treadgold, hanno dubitato dell'autenticità dell'opera di Giovanni Cameniate, ritenendola più probabilmente un falso storico redatto nel XV secolo, sulla base delle seguenti considerazioni:[10][11]

  • i manoscritti più vecchi superstiti risalgono al XV secolo, e l'opera e l'autore non vengono menzionati nelle fonti superstiti anteriori al XV secolo, anche se potrebbe essere spiegabile col fatto che molte fonti sono andate perdute;
  • le differenze stilistiche rispetto agli altri autori del X secolo, non conclusive ma comunque sospette;
  • le somiglianze stilistiche e lessicali col resoconto dell'assedio di Tessalonica del 1422-1430 redatto da Giovanni Anagnoste, non conclusive (in quanto l'Anagnoste potrebbe aver tratto ispirazione dal resoconto del Cameniate) ma comunque sospette;
  • l'affermazione discutibile del Cameniate secondo cui negli anni antecedenti al sacco del 904 ci fosse stata una "pace profonda" tra Bisanzio e i Bulgari, cosa in realtà inesatta perché solo pochi anni prima si era combattuta la guerra bulgaro-bizantina dell'894-896;
  • le incongruenze nelle informazioni che l'autore fornisce su sé stesso e sulla propria famiglia;
  • il fatto che il Cameniate si chiamasse Giovanni e fosse un lettore che scrisse un resoconto su un assedio di Tessalonica, esattamente come l'autore del XV secolo Giovanni Anagnoste, ritenuto dal Treadgold il candidato più probabile ad aver composto l'opera attribuita a Cameniate.

Kazhdan, nella sua pubblicazione del 1978, accenna alla possibilità che l'opera sia una rielaborazione quattrocentesca di una fonte anteriore andata perduta, e sostiene che tale falso storico sarebbe stato forgiato in antitesi al resoconto filoturco, redatto da Giovanni Anagnoste, dell'assedio di Tessalonica del 1422-1430.[12] In un articolo pubblicato nel 1981, Christides sostiene che l'opera del Cameniate sia stata pesantemente rimaneggiata nel XV secolo rielaborando una precedente stesura di epoca anteriore, ma difende dagli attacchi del Kazhdan la validità delle informazioni attribuibili ipoteticamente alla prima stesura de La presa di Tessalonica, concludendo che fosse indubbiamente opera di un testimone oculare.[13] Konstantinopolou ritiene che alcune parti del testo (segnatamente la descrizione dettagliata di Tessalonica) siano delle interpolazioni, ma il resto sarebbe autentico. Altri studiosi, come Tsaras, Frendo e Odorico, hanno difeso l'autenticità dell'opera. Per costoro:[14]

  • l'affermazione discutibile del Cameniate secondo cui negli anni antecedenti al sacco del 904 ci fosse stata una "pace profonda" tra Bisanzio e i Bulgari è spiegabile con la volontà dell'autore, a costo di sacrificare l'accuratezza storica, di glissare sulla guerra dell'894-896 in modo da amplificare il contrasto tra "recent bliss and present misery" (la gioia recente e la miseria presente);
  • i presunti anacronismi riscontrati nell'esame dell'opera dal Kazhdan in realtà per Frendo e altri non sarebbero tali: ad esempio la locuzione enigmatica "tuono di pietre fatto a mano", usata dal Cameniate per riferirsi a un'arma in possesso degli assedianti che usava pietre come proiettili e produceva un rumore simile a un tuono, ma che per il Kazhdan sarebbe un anacronistico riferimento al cannone turco, per Frendo andrebbe interpretato come un riferimento alla frombola;

Altra fonte è il sermone del patriarca di Costantinopoli Nicola I Mistico pronunciato dal pulpito di Santa Sofia in reazione al sacco, che tuttavia è pieno di retorica e lacunoso di informazioni concrete. Le altre fonti bizantine (i cronisti Giorgio Cedreno, Teofane Continuato, Giovanni Scilitze ecc.) menzionano solo di sfuggita il sacco di Tessalonica del 904, soffermandosi maggiormente sugli antefatti.[15] Per quanto riguarda le fonti arabe, Al-Tabari non menziona alcun sacco di Tessalonica ma sostiene che Leone di Tripoli avrebbe saccheggiato piuttosto Attaleia (odierna Adalia); diversi studiosi, a partire da Henri Grégoire, ritengono che lo storico arabo abbia confuso Attaleia con Tessalonica.[16][17] Nella cronaca del patriarca melchita di Alessandria Eutichio viene affermato che a essere espugnata fu la città di Saluqia, definita da un'altra fonte (il viaggiatore arabo Harun ibn Yahya) la seconda città per importanza dell'Impero bizantino; anche in questo caso si tratta di un riferimento alla città di Tessalonica il cui nome fu trascritto in modo errato dalle fonti arabe, spesso basate su testimonianze orali non sempre accurate.[18] Il geografo arabo Al-Mas'udi, invece, nella sua opera al-Tanbīh menziona il sacco di Tessalonica (chiamata in arabo Salunika, da cui deriva l'esonimo odierno Salonicco) da parte di Leone di Tripoli, collocandolo nell'anno dell'Egira 290 (corrispondente al 903 d.C.).[19]

  1. Frendo e Athanasios 2000, pp. 29-31 (Giovanni Cameniate, 16-17).
  2. Frendo e Athanasios 2000, pp. 31-33 (Giovanni Cameniate, 18).
  3. Frendo e Athanasios 2000, pp. 43-45 (Giovanni Cameniate, 23-24).
  4. Frendo e Athanasios 2000, pp. 45-49 (Giovanni Cameniate, 25-28).
  5. Frendo e Athanasios 2000, pp. 49-51 (Giovanni Cameniate, 28).
  6. Frendo e Athanasios 2000, pp. 51-53 (Giovanni Cameniate, 29).
  7. Frendo e Athanasios 2000, pp. 53-57 (Giovanni Cameniate, 30-31).
  8. Frendo e Athanasios 2000, pp. 57-59 (Giovanni Cameniate, 32).
  9. Frendo e Athanasios 2000, pp. 59-63 (Giovanni Cameniate, 33-34).
  10. Kazhdan 1978, pp. 301-314.
  11. Treadgold 2013, pp. 121-123.
  12. Kazhdan 1978, pp. 313-314.
  13. Christides 1981, pp. 7-10.
  14. Frendo 1997, pp. 205-224.
  15. Frendo 1997, p. 206.
  16. Khoury Odetallah 1995, p. 100.
  17. Frendo 1997, p. 214.
  18. Farag 1989, p. 134.
  19. Farag 1989, pp. 134-135.

Collegamenti esterni

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